La Bibbia del Biliardo

Meccaniche celesti
di Alberto Cavallaro
Il mistero
dei moti celesti e delle leggi fisiche su un panno verde e nella fantasia
di un gruppo di giovani giocatori di biliardo.
La terra schizzò via rapida, dritta e silenziosa nello spazio verde. I ruggenti anni '60 nei ricordi di gioventù di un sestese.
In rotta di collisione, Gaia la sua gemella, attendeva immobile l'impatto
conscia che, per quanto violento, non le avrebbe arrecato alcun danno.
Colpita lateralmente, Gaia partì e, dopo un istante di incertezza,
il moto acquistò la classica rotazione in avanti, poi urtò tre
volte indenne gli immobili confini di quell'universo. I moti si sovrapponevano
diventando indecifrabili. Terra, alla fine della sua evoluzione, si appoggiò
dolcemente alla Luna vicino al confine più corto e pazientemente restò
in attesa.
Adesso l'obiettivo finale di Gaia erano gli asteroidi al centro dell'Universo,
perle chiare con la più preziosa al centro: un rubino nel verde.
La velocità di Gaia diminuiva, gli attimi sembravano coni, il tempo
pareva distorcersi allungando l'attesa e l'incertezza.
Quando Gaia transitò nel centro del rettangolo verde, come meteoriti
impazziti i birilli si sparsero per il biliardo e le urla e gli applausi coprirono
la voce dell'arbitro che dichiarava conclusa la partita.

Erano gli anni '60 e quindicenni,
con la passione delle geometrie e delle traiettorie impossibili, il "Cera",
il Lando, il "Quercia", ed io il "Cava", inseguivamo Paul
Newman nelle sale di seconda e terza visione. Lo Scuro e il Biagini li veneravamo
di persona nel tempio di allora: il Gambrinus.
A Sesto, Paolo "Paperino" Gelli, l'unico che poteva vantarsi di
aver sconfitto una volta Lo Scuro, affilava di nascosto la punta delle stecche
del Rinascita con il gessetto blu, facendo disperare il buon Sarri, ma inventando,
con polso da violinista, il suo "Mezzo Colpo" inimitabile che incollava
la palla alla sponda facendo impazzire gli avversari.
Che sfide fra noi! Pomeriggi lunghi e dolci alla "Lucciola", talvolta
rubati alle ragazze o allo studio.
Valerio "il Cera", dita bianchissime e forti con le unghie perennemente
rosicchiate, ci sovrastava tutti fisicamente, la sua rapidità di esecuzione
ingannava l'osservatore dando l'impressione di poca concentrazione, in realtà
la naturalezza dei movimenti più complessi lo rivelava il più
dotato tra noi. Alberto il "Quercia", con un aristocratico accenno
di erre moscia, spiegava le intenzioni prima di ogni esecuzione. La sua precisione
era proverbiale, non amava la potenza né lo stile, anzi sembrava che
per il gioco andasse contro tutti i canoni estetici, ma preciso, lento, estenuante
ed efficace, il gioco fluiva secondo il suo volere.
Lando, determinato, con quel cipiglio naturale che dimostrava la concentrazione
estrema di cui era capace e la voglia di migliorare in quello sport tanto
amato, fu il primo a fare il "salto di qualità" e a misurarsi
con i campioni del "Gambrinus". Quel giornaccio in cui dette la
mano destra (la più importante) a quella pressa che voleva fargli cambiare
sport, dicemmo che la macchina non aveva fatto i conti con i suoi occhi, specchio
della sua forza interiore: dopo un anno infatti, seppur cambiando stile, giocava
meglio di prima!
Io il "Cava" anch'io di nome Alberto, studiavo elettronica e amavo
la fantascienza; giocavo e vedevo Pianeti e Lune e Comete dai colori surreali,
impazzivo per una parabola disegnata sul verde e per i moti innaturali quasi
magici, inventati dai campioni. Talvolta mi piazzavo dove si poteva vedere
dal dietro come colpiva la palla Lo Scuro "Signore dei Birilli"
per discutere poi, sulle dita, sui tiri e sui miti.
Impazzavano i Beatles, Vietnam
e '68 ci colsero di sorpresa, si lavorava e ci si vedeva sempre più
di rado. Trent'anni dopo giochiamo ancora per passione o per sport, ma le
emozioni più belle ce le danno i ricordi: Valerio con un bel po' di
chili in più e molti capelli in meno, non si dimentica della parabola
impossibile inferta alla sua palla che girò mezzo biliardo senza rimbalzare
su una sponda; Alberto "Quercia", simpatico chiaccherone di piazza
Ginori, si ricorda sempre della interminabile, ma efficacissima lentezza con
cui "imbucava" le palle; Lando è ancora sulla breccia e il
suo cipiglio desta ancora riverenza a chi lo affronta, ma non dimenticherà
mai il brivido che la sua mano destra ferita provò nell'accarezzare
nuovamente il manico della propria stecca.
Ed io... sogno ancora spazi infiniti e moti planetari, e la nostalgia dolcissima
che suscita in me l'aver scritto queste righe vorrei donare ai miei amici
e a tutti coloro che, accarezzando un panno verde, si sono sentiti un po'
creatori di meccaniche celesti.
a PAOLO GELLI, il più grande giocatore sestese dell'epoca d'oro, ancora oggi esempio di stile e nostro Maestro.
Alberto Cavallaro