La Bibbia del Biliardo

Io e Pitture
di Piero Andrea Carraresi
Parliamoci chiaro,
quando si parla di biliardo si pensa sempre al biliardo ‘a stecca. Il
gioco delle ‘boccette’ lo conoscono in pochi. E anche quelli che
lo conoscono lo considerano un gioco plebeo. Ma a me, lo confesso, il gioco
delle boccette è risultato subito congeniale.
La prima volta che mio padre
mi consentì di entrare in sua compagnia nella sala biliardi (forse
sarebbe meglio dire nella sala del biliardo, dal momento che ce n’era
uno solo) del bar ove si recava normalmente per prendere un caffè e
fare due chiacchiere con gli amici, ebbi la fortuna di vedere all’opera
i due giocatori più forti che frequentavano quel locale. Il gioco mi
parve subito semplicissimo, e mi conquistò immediatamente. Era uno
spettacolo. Il più anziano dei due, uno che chiamavano Il Gatto, era
bravissimo nell’accosto. Maneggiava le boccette in maniera del tutto
particolare, con la punta delle dita, e riusciva ad imprimere a quelle piccole
sfere la forza necessaria per farle accostare a pochi centimetri da una boccetta
più piccola delle altre di colore blu: il pallino. L’altro giocatore,
assai più giovane, utilizzava una tecnica diversa. Impugnava la palla
con tutta la mano ed affidava al braccio il compito di regolare forza e direzione.
E mentre il primo era fortissimo nell’accosto, il secondo gli era superiore
nella bocciata del pallino col quale riusciva spesso ad abbattere il filotto,
ovvero i tre birilli centrali del castello. Era come, pensai, assistere ad
un incontro di pugilato. Più tecnico Il Gatto, più potente il
giovane avversario.
Anche a biliardo, per essere
fortissimi, dovevano coesistere due qualità: tecnica e potenza; intendendo
per tecnica la capacità di accosto e per potenza quella di realizzare
punti bocciando il pallino. Non potevo ancora sapere che occorrono altre tre
qualità, non meno importanti delle prime: intelligenza di gioco, carattere
e capacità di concentrazione. Si badi bene, quando parlo di intelligenza
di gioco non significa che uno debba essere intelligente in senso assoluto.
Ho conosciuto giocatori che avevano dovuto abbandonare la scuola per deficienza
intellettiva che giocavano a biliardo in maniera intelligente. Che poi significa
soltanto giocare di regola, senza farsi prendere dalla frenesia di strafare
per chiudere la partita prima possibile; o fare un tiro anziché un
altro per andare a punto; o andare a punto anziché bocciare o viceversa,
secondo la migliore esigenza del momento. Anche nel gioco del biliardo difendere
è più facile che attaccare e la fretta è cattiva consigliera.
Perdere un punto per cercare una realizzazione difficile è quasi sempre
determinante per l’esito della partita, perché non a caso è
stato coniato il detto “punto regalato, filotto assicurato”. Sembra
impossibile ma anche l’avversario che fino a quel momento non ha realizzato
punti bocciando il pallino, in quell’occasione in cui gli regali la
possibilità di bocciare, realizza quegli otto o dieci punti che, quasi
sempre, decidono la partita.
Quando parlo di carattere, intendo la capacità di mantenere la necessaria
concentrazione e freddezza anche nelle partite più importanti e nei
momenti determinanti, quando dipende da un accosto o da una bocciata l’esito
della partita.
La cosa che mi ha principalmente attratto è che, pur trattandosi di
un gioco, la fortuna difficilmente è decisiva, essendo l’abilità
quella che, nella maggior parte dei casi, determina il vincitore.
Da quel giorno in cui entrai per la prima volta in una sala biliardi, ne passò
di acqua sotto i ponti prima che iniziassi a giocare e diventassi un buon
giocatore. Ma fin dalle prime uscite, dai primi incontri con gli amici per
passare qualche sabato sera piovoso, dimostrai che il gioco delle boccette
mi era congeniale. Che avevo anche carattere lo scoprii quando partecipai
al primo torneo. Ricordo che stavo giocando con i miei amici nel locale che
frequentavo quando mi si avvicinò Fernando, uno che conoscevo come
ottimo giocatore di goriziana, e mi chiese se volevo partecipare ad un torneo
che si sarebbe svolto al circolo Rinascita.
«Non so neppure cosa significhi giocare in torneo» gli risposi
«non so se sono capace .»
«Ti ho visto giocare, mi rispose Fernando. Se giochi vinciamo facile.»
Fu così che mi lasciai convincere e mi iscrissi al torneo. Vincemmo
facile. Grazie alla mia intelligenza di gioco e al mio carattere, devo dire.
Fui io infatti a decidere che lui fosse il bocciatore – cosa che faceva
discretamente essendo un buon giocatore di goriziana – mentre io, anche
se ancora inesperto di tornei, guidai le partite, giocando con estrema precisione
e sempre di regola, senza regalare mai niente, neanche quando la partita sembrava
facile, da vincere sottogamba. Perché una cosa ho imparato da subito:
in un torneo dove ti giochi il passaggio del turno con una partita secca non
puoi concederti alcuna leggerezza né, tanto meno, regalare nulla. Basta
poco infatti perché il gioco ti si rivolti contro e improvvisamente
tutto quello che fino a quel momento ti era sembrato facile diventi estremamente
difficile e la strada che pareva in discesa, anche in seguito a qualche episodio
sfavorevole, un’erta insuperabile. Dopo di che è inutile recriminare
sulla sfortuna. Devi soltanto biasimarti per il regalo che hai fatto o per
la leggerezza commessa. Ormai sei fuori. Ma, se sei intelligente, devi ricordare
la lezione, e fare in modo che quell’esperienza rimanga unica. In diversi
anni di attività agonistica ho incontrato molti campioni: gente che
vinceva, in un anno, quello che io riuscivo a conquistare in dieci anni, ma
nessuno di loro mi ha mai preso sottogamba, neppure quando, durante un incontro,
aveva acquisito un vantaggio del tutto rassicurante.
Dopo quel primo successo i giocatori del Rinascita mi invitarono a partecipare
ad un torneo individuale che si svolgeva in un locale di Prato. Vinsi facilmente
anche quello.
Così iniziai a partecipare a tornei individuali ed a squadre e, senza
diventare un fenomeno, divenni un buon giocatore. E, siccome a Firenze non
eravamo in Emilia Romagna e di fenomeni ce n’erano pochi, ogni anno
vincevo almeno un torneo ed arrivavo quasi sempre “a premio”.
Ogni tanto capitava al circolo qualche giocatore nuovo. Giocatori che non
conoscevo o conoscevo poco, che, per far capire che erano bravi esordivano
sempre nello stesso modo: “Io ho giocato con Pitture”. Come se
aver giocato con Pitture fosse un biglietto da visita o meglio un salvacondotto
per entrare di diritto nel ristretto novero dei giocatori di biliardo di maggior
talento. Pitture, al secolo Maccioni Vittorio di Firenze, aveva vinto due
campionati italiani di boccette, unico a rompere il dominio incontrastato
dei giocatori dell’Emilia Romagna. Un mito, nell’ambiente. Ma
non bastava averci giocato contro, per potersi considerare un buon giocatore.
Qualche volta bisogna averlo battuto, pensavo. E cominciai a sperare di incontrarlo,
prima o poi. Ma la cosa non era facile perché giocavamo in due federazioni
diverse ed io non avevo l’abitudine di andare a giro per i locali per
giocare di soldi.
L’occasione
mi capitò nel periodo più importante della mia storia di giocatore.
Correva l’anno 1981. I biliardi erano ancora quelli di metri due e sessanta
di lunghezza e con le buche. Avevo vinto gli ultimi due tornei che avevo disputato.
Quattordici incontri senza sconfitte. Il mio periodo di massima vena. Dall’anno
successivo avrebbero cambiato i biliardi da competizione che divennero più
lunghi e più scorrevoli. E mentre la scorrevolezza non mi disturbò
più di tanto, la maggior lunghezza, per me che ero basso di statura,
costituì un grosso impedimento perché mi costrinse a cambiare
quella bocciata che sui biliardi più corti mi veniva spontanea e mi
consentiva di realizzare molto spesso dieci punti.
Per fortuna fu in quell’ultimo anno di vita dei biliardi di prima generazione
che al circolo Rinascita organizzarono un torneo di boccette individuale ‘aperto
a tutti’ (ovvero ai giocatori di entrambe le federazioni). Essendo stati
messi in palio premi ricchissimi, si iscrissero veramente tutti i migliori
giocatori toscani. Anche Pitture. Era difficile che ci potessimo incontrare,
perché c’erano tutti i migliori e non speravo certo di andare
molto avanti nel torneo. Ma almeno avrei visto all’opera questo mito
del biliardo. Invece non riuscii a vedere neppure una sua partita perché
giocavamo sempre in contemporanea su biliardi diversi.
Io vincevo, lui vinceva.
Alla fine la rete si strinse, i nodi vennero al pettine.
In semifinale mi toccò Pitture.
Stavo giocando bene e giocavo ‘in casa’. Era un’occasione
irripetibile. Potevo giocarmela. C’era però un’incognita.
In semifinale ed in finale venivano sorteggiati i biliardi. Ce n’era
uno – il numero uno – che non si addiceva alla mia bocciata a
‘mezzo rovescio’. Al contrario di tutti gli altri, in cui funzionava
meravigliosamente. Il biliardo numero uno aveva il vizio di ‘reggere’.
Il pallino dopo aver abbattuto il birillo esterno mentre risaliva dopo il
primo passaggio, nel riscendere sfiorava soltanto il filotto – i tre
birilli centrali – anziché abbatterlo, realizzando due punti
anziché dieci.
La colpa non era solo del biliardo, lo ammetto. Molto dipendeva anche dalla
mia bocciata, del tutto particolare, frutto del ragionamento e dell’intelligenza
e non di una dote innata. Infatti, mentre la natura mi aveva dotato della
sensibilità che occorre per giudicare la quantità di forza da
imprimere alla boccetta per farla accostare il più possibile al pallino,
non mi aveva ugualmente dotato per la bocciata. Mi ero accorto che, bocciando
il pallino sulla sinistra del castello dei birilli cercando di colpirlo pieno,
lo colpivo sempre in modo da fargli fare la traiettoria contraria. Allora
avevo cambiato parte. Bocciavo il pallino a destra, esattamente come facevo
a sinistra. Risultato: il pallino, colpito a rovescio, andava a finire sul
castello dei birilli realizzando quasi sempre dieci punti. Questo non significa
che bocciassi sempre bene. Perché le boccette saranno anche un gioco
plebeo rispetto alla stecca, ma non hai un attrezzo in mano e, se non sei
perfetto fisicamente o ti lasci vincere anche da una leggera emozione, il
braccio va dove vuole e sbagli completamente il colpo. Tutte le giornate non
sono uguali, dunque, e, per vincere i tornei dovevo sperare che la giornata
sbagliata, quella in cui non riuscivo a realizzare punti sulla bocciata, non
mi capitasse in semifinale o in finale.
Nel periodo in cui si svolgeva il torneo al Rinascita ero in gran forma, lo
avevo dimostrato negli incontri precedenti. Per questo non temevo di incappare
in una giornataccia. L’unico problema era il biliardo n. 1.
Mentre l’arbitro preparava due biglietti con i numeri uno e due per
sorteggiare i biliardi delle semifinali, guardavo Pitture. Era tranquillo
e sorridente. «Un biliardo vale l’altro» lo sentii dire
ad un suo compagno di squadra. Ma la sua sicurezza non mi tolse la consapevolezza
delle mie possibilità. Mi accorsi che, a dispetto della sua tranquillità,
non lo temevo. Mi sembrò, guardandolo, un uomo normalissimo con un
faccione rubicondo da popolano godereccio e non un marziano imbattibile. E
quella sua tranquillità che confinava con una certa spacconeria aumentò
il mio desiderio di batterlo. In quel momento sentii crescere in me la consapevolezza
che l’impresa era alla mia portata.
Ma fu sorteggiato il biliardo n. 1, e sparì ogni mia certezza.
Fui più bravo
di lui nell’accosto d’acchito e conquistai il diritto alla prima
bocciata del pallino. Bocciai in fretta, ricordo, quasi che la fretta fosse
un naturale antidoto per l’emozione. Perché, lo ammetto, pur
non essendo un tipo emotivo, quella sfida mi creava sensazioni nuove ed ero
consapevole di sentire come un peso, una responsabilità: dovevo fare
almeno bella figura di fronte al mio pubblico. La mano non mi tremava, ma
senza dubbio avevo qualcosa dentro che non mi faceva essere completamente
tranquillo. Mi bastò, però, sentire il suono che fecero palla
e pallino per capire che mi era riuscita una bocciata perfetta, una di quelle
da dieci punti che mi avevano consentito di vincere gli ultimi due tornei.
Birillo di due punti abbattuto al secondo giro, filotto al terzo. Se il biliardo
non avesse retto. Ma il biliardo due reggeva, maledizione! Così al
terzo giro il pallino compì un percorso irregolare e passò ancora
una volta dov’era collocato il birillo da due punti abbattuto al secondo
giro.
Cercai di non dare a vedere la mia stizza e la mia delusione. Anzi misi ancora
più impegno per andare a punto. Pitture era riuscito a collocare la
sua boccetta bianca quasi attaccata al pallino. Tutti a quel punto, si aspettavano
che cercassi di colpire palla o pallino con una certa forza. Almeno avrei
allargato il gioco e, anche se non miglioravo subito il punto, avrei potuto
accostare al pallino la biglia successiva. Anch’io ci avevo pensato.
Ma per fortuna ero ben concentrato, isolato dal mondo, e non sentivo i commenti
esterni. Mi dissi che, se volevo dimostrare di essere il migliore nell’accosto,
quella era l’occasione giusta. Infatti il mio avversario si era guadagnato
quel soprannome, Pitture, non per la sua abilità nella bocciata, ma
perché, per andare a punto, faceva disegnare alla sue boccette, caricandole
di un certo giro, delle traiettorie incredibili che mandavano in estasi gli
esteti più raffinati. Dunque decisi di provare l’accosto di precisione.
Tirai un rinterzo. La mia boccetta rossa dopo aver colpito la sponda alta
e quella laterale del biliardo entrò nel quadrato inferiore e, colpendo
leggermente il pallino azzurro, gli rimase attaccata, mentre allontanò
di pochi centimetri la bianca. Ci fu un applauso del pubblico, forse, anzi
quasi sicuramente. Solo che io ero talmente concentrato che non lo sentii.
Vidi però l’espressione dipinta sul volto del Maccioni Vittorio.
Aveva smesso di sorridere. Ora era lui in difficoltà. Gli occorsero
due boccette per migliorare il mio punto, e siccome io non sbagliai mai, mi
guadagnai ancora il diritto di bocciare il pallino. Feci la stessa identica
bocciata della precedente e, ancora una volta, realizzai soltanto due punti
anziché dieci. Maledii di nuovo il biliardo n. 1 e il suo vizio di
reggere. Pensai che avevo soltanto cinque punti mentre, se avessi giocato
su qualunque altro biliardo della sala, ne avrei avuti ventuno. E se fossi
andato sul ventuno a zero, anche il grande Pitture avrebbe avuto poche probabilità
di rimonta. Comunque avevo effettuato la bocciata con la forza giusta per
far sì che il pallino di fermasse vicino alla sponda bassa del biliardo:
una posizione che mi piaceva molto, dove raramente sbagliavo un accosto. E
infatti, per la seconda volta consecutiva, costrinsi Pitture a sbagliare un
tiro e riconquistai il diritto alla bocciata del pallino. Spettava ancora
a me acchitare il pallino, ovvero porlo in un punto al di sopra della linea
mediana del biliardo, e bocciarlo per cercare di realizzare i punti che mi
dovevano avvicinare a quella quota ‘settanta’ che era stata stabilita
per vincere la partita. Pensai, per un attimo, se era il caso di cambiare
parte e bocciare a sinistra del castello dei birilli, anziché a destra.
Ma avevo vinto i due tornei precedenti ed ero arrivato in semifinale in questo,
diciannove partite senza sconfitte, bocciando come sapevo. No, non potevo
cambiare. Pensai di fare la stessa bocciata di sempre. Solo acchitai il pallino
più vicino ai birilli, nella speranza di indirizzarlo direttamente
sul castello e di realizzare otto punti.
Finì che lo colpii più scarso. Il pallino passò solo
vicino al birillo esterno sinistro. Nessun punto realizzato. Avevo dominato
la partita e stavo vincendo soltanto per sei a zero. Vidi un Pitture rinfrancato,
purtroppo. Inoltre il mio avversario dimostrò di avere quell’intelligenza
di gioco propria dei grandi campioni. Consapevole ormai di essere inferiore
nell’accosto stretto, cambiò gioco. Anziché invischiarsi
in un gioco a punto di estrema precisione, iniziò a migliorare i punti
cercando di allontanare le mie bocce dal pallino. Per la prima volta dall’inizio
della partita, riuscì a guadagnarsi il diritto alla bocciata. E, manco
a dirlo, realizzò subito dieci punti. Undici a sei per Pitture, disse
l’arbitro. In quel momento rischiai il tracollo. Stranamente uscii dal
mio isolamento e iniziai a sentire i rumori e le voci del locale. Ora lo distrugge,
ora lo massacra, i commenti del pubblico. Vidi anche le facce sorridenti di
alcuni miei compagni di squadra. Capii che avevano piacere, se perdevo. Ed
ebbi, per la prima volta in vita mia, la consapevolezza che il successo non
viene perdonato. Che l’invidia esiste e muove il mondo. Anche quello
assolutamente dilettantistico del gioco del biliardo, figuriamoci quegli angoli
dorati ove le capacità vengono pagate fior di milioni. Gli sguardi
sorridenti dei miei compagni nel momento di difficoltà ebbero, fortunatamente,
un effetto benefico: quello di farmi riacquistare la giusta concentrazione.
I rumori ed i commenti si spensero di nuovo. Non vedevo più nulla oltre
le sponde e le buche del biliardo. La partita andò avanti così.
Io superiore nell’accosto, Pitture nella bocciata. Ma siccome i punti
si realizzano principalmente a bocciare, mi ritrovai sotto: cinquantasette
a quarantotto.
In quel momento della partita, nel cercare di migliorare un punto portando
via la mia palla, Pitture colpì il pallino e lo fece rotolare nel quadrato
superiore, vicino alla sponda alta. A quel punto ero ‘sovrappalla’,
come si dice in gergo biliardistico: avevo cioè una boccetta in più
del mio avversario. Cercai di accostare la mia rossa al pallino, che sfiorai.
La boccetta, cui avevo impresso troppa forza, si staccò dalla sponda
di quindici, venti centimetri. Tutti si aspettavano che Pitture, forte del
vantaggio che aveva, accostasse la sua biglia al pallino per cercare di realizzare
il punto e il diritto alla bocciata che poteva essere decisiva. Invece dimostrò
tutta la potenza del suo braccio: colpì la mia rossa con un rovescio
perfetto e realizzò dieci punti. Ci fu un applauso fragoroso e lunghissimo.
I miei amici, quelli che dovevano essere i miei sostenitori, ridevano di nuovo.
Pitture si era portato sul sessantasette a quarantotto. Era come vincere una
partita di calcio per due a zero a cinque minuti dalla fine. Consapevole di
aver praticamente perso, un po’ deconcentrato, cercai il miglior accosto
possibile al pallino ma, come era successo nel tiro precedente diedi troppa
forza al tiro e ricollocai la mia boccetta nello stesso identico punto in
cui il mio avversario aveva realizzato il rovescio da applausi che lo aveva
portato ad un passo dalla vittoria.
Fu allora che successe l’incredibile. Anziché limitarsi ad andare
a punto, Pitture cercò ancora di effettuare un rovescio spettacolare
come il precedente. Questa volta non realizzò alcun punto e la sua
boccetta si posizionò poco sopra la mezzeria del biliardo. Con la prima
delle due palle che mi erano rimaste bocciai la bianca e realizzai dieci punti.
Accostai la seconda boccetta al pallino e guadagnai altri due punti. Sessanta
a sessantasette.
E qui dimostrai il mio carattere. Nella bocciata successiva realizzai dieci
punti e vinsi la partita.
Mentre mi dava la mano Vittorio, che come i grandi campioni, non aveva perso
il sorriso neppure dopo la sconfitta, mi disse: «l’ho fatto per
il pubblico.»
Io sapevo che lui sapeva di aver perso per non aver giocato di regola. Ma
a volte i grandi campioni diventano un po’ guasconi e concedono qualcosa
allo spettacolo.
Il premio in denaro per il vincitore era talmente alto che forse il grande
Maccioni Vittorio si pentì della sua leggerezza. Ma non lo diede a
vedere e restò sereno e tranquillo.
Tanto lui sarebbe sempre rimasto un campione ed io soltanto un giocatore discreto
.
Capace di battere Pitture, comunque.
Piero Andrea Carraresi