La Bibbia del Biliardo

C'era
una volta
Anni fa - poco dopo il deposito
dell’ATM di via Melzo, c’era una sala biliardo. Una vera sala
biliardo, non un bar. Pochi tavoli, giocatori selezionati, fumo, alcoolici,
occhiaie.
Non potevano giocare tutti. Ah, no. Si poteva prendere la stecca in mano
solo su presentazione: si veniva introdotti al cospetto del padrone del
locale, e se le garanzie date erano sufficienti, allora si potevano oltrepassare
i cordoni che dividevano i tavoli (ed i giocatori) dagli spettatori. Perchè
lì, in via Melzo, si andava a veder giocare i grandi: come a San
Siro, o al Bernabeu, o all’Olympiastadion.
Si stava in silenzio, e si guardavano queste partite magnifiche, fatte di
una quantità di colpi straordinari che noi, poveri mortali dalla
mano tremolante e dal brandeggio incerto, mai avremmo potuto eseguire nella
nostra vita di biliardisti.
Ricordo di aver visto Carlo Cifalà, nell’anno in cui diventò
campione del mondo di cinque birilli. Una precisione, una pulizia, una implacabilità
paurosa. Le partite a goriziana-tutti-doppi arrivavano ai quattrocento punti:
lui, per avere un avversario, doveva trovare un altro professionista e dargli
settantasei punti di vantaggio. Di solito, vinceva.
Giravano cifre da paura, in quel locale, ma non si vedeva una banconota
che fosse una. I giocatori, almeno i migliori, avevano un pool di finanziatori,
con i quali dividevano perdite e vincite. Un giorno poteva voler dire quindici,
venti milioni in più o in meno sul conto in banca.
Questa mattina sono passato davanti al deposito dell’ATM, ed ho iniziato
a buttare l’occhio per ritrovare le serrande della sala biliardo.
Ho trovato uno di questi locali fighetti (cafè, li chiamano: ma vaff******).
Ho allungato il passo, ho pensato a Cifalà, alle biglie che scorrevano
su quei tavoli, ai racconti che ci facevamo tornando a casa in metropolitana,
alla stecca che non uso più ma dalla quale non mi separo, e sono
invecchiato ancora un po’.