La Bibbia del Biliardo

Angelo Bellocchio
il "Lord Brummel" del biliardo

Tratto da un articolo de IL MANIFESTO, scritto da Bruno Perini il 12.09.2004

Per i suoi modi gentili, la sua eleganza e la sua postura lo chiamano "Lord Brummel".

E quando veste i panni del maestro è più severo di un insegnante dei college vittoriani dell'alta aristocrazia anglosassone. Se fai un errore non perde mai la pazienza ma ti fa rifare il tiro fino a quando non gli dimostri di essere all'altezza del gioco che ti sta di fronte.

Angelo Bellocchio ha 47 anni, è uno dei 20 giocatori di biliardo più forti del mondo, è istruttore e partecipa regolarmente ai grandi tornei internazionali. Del giocatore di biliardo ha anche la malattia tipica: di recente si è dovuto operare per una calcificazione alla spalla destra, dovuta a un movimento delle articolazioni che dura da quasi quarant'anni.

Eppure, se si scava dietro la figura di Lord Brummel, si trova una storia tipica, quella di un emigrante pugliese particolarmente dotato nel gioco che ha realizzato un sogno; si è conquistato un posto nel gotha dei grandi campioni della stecca dopo essere passato sotto le maglie di quelli più grandi di lui. Forse suo padre avrebbe voluto che restasse nel negozio di parrucchiere di Locorotondo: ma lui non ne voleva sapere di forbici e pettini, fin da quando era adolescente aveva in mente di incrociare la stecca con i grandi campioni, di cui immaginava soltanto l'esistenza.

Ai più i nomi di Winkler, Cavallari, Gomez, Cifalà, Sessa, Rosanna, Lotti, Mazzarella, Coppo, Colombo, Zito, Maggio, non dicono nulla, ma nell'universo del gioco del biliardo è come citare gli dei dell'Olimpo. Il grande pubblico ha in mente Lo spaccone e al massimo Marcello Lotti, detto Lo Scuro, grazie al film di Francesco Nuti; ma Lotti è solo uno di quei campioni. E comunque Angelo Bellocchio li ha incontrati tutti. O nelle vesti di maestri o nei panni di sfidanti.

Oggi Bellocchio è titolare di un circolo privato in zona Forlanini di Milano (nei pressi dell'aeroporto di Linate) il Players club, dove lui e il figlio Paolo, già in prima categoria, gestiscono un'enorme sala di una decina di biliardi. Un luogo "sacro". Quando si gioca la densità del fumo è alta ma il silenzio è di rigore.

Partenza da Locorotondo

"Il primo approccio con il biliardo? Il mio paese di nascita, Locorotondo in provincia di Bari. Avevo dodici anni quando per la prima volta ho preso in mano una stecca da biliardo. Il mio mito, come quello di altri ragazzi che si erano appassionati al biliardo, non poteva che essere Paul Newman, ma la realtà che mi circondava era molto diversa. Da noi non c'era tanta scelta, l'unico luogo dove si poteva passare un po' di tempo, giocando a biliardo o ad altri giochi, era il circolo della DC. Di politica? Si parlava poco o niente. Ricordo soltanto che in Puglia Aldo Moro era molto importante".

Bellocchio torna con la memoria al battesimo della stecca: "Devo dire che avevo del talento. Alla fine di una partita da cui ero uscito vincente ricordo che il giocatore che aveva perso mi chiese: 'da quanto tempo giochi ragazzo?'. Non glielo dissi ma era una delle prime volte che mi cimentavo nel gioco all'italiana. Riuscivo a fare qualsiasi tiro senza tanti tatticismi, tutto mi riusciva facile. e allora capii che potevo continuare".

Nel 1972 Angelo Bellocchio sale a Milano. Ha l'occasione di gestire un bar in via Adige, una zona vicino all'imbocco dell'autostrada del Sole. Per i ragazzi di strada di quell'epoca i bar erano luoghi di ritrovo, soprattutto in periferia, un biliardo o un tavolino per giocare a carte non mancavano mai. "Nel bar di via Adige c'erano 200 soci, e tra loro molti giocatori di biliardo. Nonostante dovessi gestire un bar, avevo voglia di giocare. 'Quello è forte', mi disse una volta un amico rivolgendosi a un cliente che stava giocando.'Ah si, è forte? Vediamo quanto è forte', risposi io e appena trovai il tempo lo sfidai. I più forti del bar li stracciai subito e a quel punto uno di loro mi procurò un appuntamento importante: 'Ma dove hai imparato a giocare così? Tu devi conoscere Winkler'. E chi è Winkler? 'Uno dei maestri del biliardo, la bibbia della stecca. Se accetta di darti lezioni puoi dirti fortunato' ".

Winkler accettò e da quel momento Bellocchio divenne il suo allievo prediletto. Attorno a questo simpatico personaggio, oggi ottantenne, che ancora gioca quasi tutte le sere a biliardo con Angelo Bellocchio dalle 23.00 alle 02.00 di notte, si sviluppa a quell'epoca una leggenda. Per anni, quando ancora non esistono i campionati del mondo, lui è il più forte. Partecipa persino a una trasmissione di Enzo Tortora dove mette in mostra il suo grande acume. Winkler vince tutto il vincibile e nel 1959 conquista il primo posto a Saint Vincent, poi, come un eroe stanco, a un certo punto si ritira dalla competizione, pur continuando a giocare per diletto.

Geometria, meccanica, matematica

"Il biliardo? E' geometria, meccanica, matematica e, perchè no, poesia", dice Winkler tra un tiro e l'altro di stecca. "Ma è stato rovinato da chi ha voluto identificare l'ambiente del biliardo con l'ambiente delle scommesse o addirittura con quello della malavita. Niente di più falso!". Winkler è imbestialito con chi ha voluto infangare il buon nome di un gioco nato nell'aristocrazia ma preferisce non parlarne più di tanto.

L'allievo Angelo Bellocchio conferma: "Qualche balordo c'era in giro per le sale da biliardo ma i malavitosi attecchivano dove si giocava a carte, dove c'era un grosso giro di denaro come nel gioco d'azzardo. Attorno al biliardo non sono mai girate grosse cifre. Biliardi e tavoli da gioco sono sempre stati attigui nei bar, per questo forse è nata questa leggenda, ma la malavita, quella che a Milano girava ad esempio attorno ad Angelo Epaminonda, puntava alle bische clandestine. Il biliardo per loro non era un businness. E' per questo che forse ci siamo salvati. Quando avevo vent'anni anch'io scommettevo, perchè avevo voglia di sfidare il mondo, mi sembrava di essere il più forte, appena vedevo un mestierante lanciavo il guanto, l'esuberanza dei vent'anni. Che è durata fino a quando non ho incontrato i campioni veri, nomi che al grande pubblico non dicono un granché ma che a quel tempo erano dei miti per un giocatore di biliardo. Ricordo che una sera entrai nella sala di Mazzarella di via Melzo, una traversa di corso Buenos Aires. Allora era considerato un santuario di questo gioco assieme all'Accademia, 'Il Paradiso', e al bar caffè di via Fabio Filzi, nei pressi della stazione centrale. Mi avvicinai a un biliardo. C'erano due signori che giocavano a biliardo, Attilio Sessa e Carlo Cifalà, due nomi che hanno fatto la storia del biliardo in Italia. La cosa che mi impressionò di più è che non sbagliavano mai: punti e copertura, o come si dice in gergo: punti e messa. Capii che avrei dovuto fare una lunga gavetta prima di potermi confrontare con loro".

Balordi in sala

Davvero non c'erano balordi in giro per le sale da biliardo? Eppure, in qualche sala milanese ti sconsigliavano di accettare la sfida del primo venuto. Tutti bravi ragazzi? "Ma no, che dice? E' evidente che nel giro delle scommesse qualche furbo c'era. Mi ricordo di un ometto di 35 anni un po' trasandato: lo chiamavano il Tarantino. Viveva soltanto di biliardo. Bazzicava nei bar di provincia dove poteva cavarsela indisturbato. Faceva finta di essere mancino, sbagliava di proposito e poi al momento giusto mazzolava a suon di scommesse. Era terribile: si sedeva, guardava, ascoltava e poi colpiva senza pietà. Le sue prede erano gli sbruffoncelli di turno. Mi ricordo che andava anche all'estero a spennare le sue vittime. Ma non erano tutti così. Io, al contrario del Tarantino, ho sempre lavorato. Dopo l'esperienza del bar di via Adige sono stato assunto in un azienda come montatore di argenteria. La sera e il sabato mi allenavo e quando c'era un torneo mi iscrivevo".

La costanza unita al prestigio pagano. La carriera del giovane pugliese si fa irresistibile. Nel 1993 Angelo Bellocchio vince il campionato italiano, sei mesi dopo quello europeo. Un titolo che mantiene per parecchi anni, fino a quando nel 1997 vince una prova per il campionato del mondo. "Ricordo che giocai e vinsi la prova contro Vitale Nocerino, detto Terminator, morto di recente per una leucemia fulminante".

Com'è questa storia dei soprannomi? Quasi tutti i campioni ne hanno uno. "Già, i soprannomi. Forse è questo che rende tutto più leggendario. Il povero Nocerino veniva chiamato Terminator perchè quando giocava lui i birilli venivano sterminati. Cavallari, uno dei campioni più importanti che abbiamo avuto negli anni Cinquanta, veniva chiamato Napoleone, mentre Di Stefano era il Mago". Angelo Bellocchio viene chiamato Lord Brummel ma la simpatica signora Piera, sua moglie, quando sente questa definizione se la ride sotto i baffi e alza gli occhi al cielo: "Non credevo di aver sposato un nobile".